Il bestiario dei presagi: gli animali e i segni nel folklore italiano
Il folklore italiano e la tradizione contadina riconoscono in eventi apparentemente inusuali del mondo naturale veri e proprio segni.
Per chi viveva in quotidiano contatto con animali e bestiame era facile riconoscere le loro abitudini e i soliti comportamenti. Ed era altrettanto facile notare ciò che usciva fuori dall’ordinario. In questi casi, l’attenzione si destava, e in quello straordinario si vedeva non il caso, ma un segno.
Il presagio funzionava come un linguaggio condiviso: secondo il sapere popolare , certe cose, in certe circostanze, raccontavano più di quello che sembrava.
L’interpretazione di segni e presagi era un modo con cui le comunità rurali davano forma a ciò che faceva paura. Un modo per parlare di malattia o morte senza nominarle apertamente.
In questo articolo, racconto questo modo tradizionale di guardare e interpretare il mondo, raccontando segni e presagi legati al mondo animale.
Gli uccelli notturni
Da sempre civette, gufi o barbagianni vengono considerati uccelli del malaugurio. Le origini di questa credenza sono molto antiche: se ne trovano tracce nel libro X della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, dove il gufo reale veniva descritto come un uccello funebre e tra i più aborriti, annunciatore di un lutto imminente. Similmente per la cornacchia, sempre Plinio il Vecchio scrive che il suo gracchiare era considerato di malaugurio.
Nel Sud d’Italia si usava praticare degli scongiuri alla vista di questi uccelli. Il Calabria si cercava di difendersi non solo dal loro canto, ma addirittura dal loro sguardo. Era credenza comune infatti che la loro permanenza in un luogo portasse fortuna, mentre il loro sguardo fugace fosse un segno del malaugurio.

La gallina che canta
Si sa, il canto è una caratteristica del gallo, non certo della gallina. Per questo motivo, quando nel Sud d’Italia qualcuno sentiva una gallina cantare, non era certo un buon segno. In Calabria, specialmente nella zona di Cetraro, si credeva che questo presagisse la morte del capofamiglia o un’altra sciagura. Per impedire l’avverarsi del triste fato, l’animale veniva subito ucciso e mangiato.
Anche in Sicilia l’evento era considerato nefasto, sintomo di una malattia grave. In Basilicata, il presagio visto con più sospetto era il canto ripetuto delle galline nere, specialmente se avveniva a un’ora insolita.
Un vecchio proverbio racchiude questa saggezza popolare in modo molto semplice e diretto: in casa e nel pollaio non c’è pace se canta la gallina e il gallo tace.
Il cane che ulula
C’è un presagio molto diffuso in diverse zone d’Italia, Calabria compresa: un cane che ulula di notte annuncia un decesso imminente. Si pensa infatti che i cani possano sentire con il loro fiuto la presenza della Morte che aleggia, oppure che siano in grado di vedere i defunti aggirarsi.

Le farfalle
In alcune zone della Sila, le farfalle vengono protette e rispettate perché si ritiene che in esse albergherebbero le anime del Purgatorio.
C’è chi ritiene inoltre che una farfalla che gira intorno a un lume acceso incarni un’anima in pena in cerca di pace.
Il gatto nero
È è forse il presagio di sfortuna più famoso e diffuso: quello del gatto nero che attraversa la strada.
In Sicilia la tradizione era più specifica: il gatto nero preannunciava una malattia grave.
Sul perché il gatto nero portasse sfortuna circolavano varie possibili spiegazioni. Secondo alcuni sarebbe legato alle streghe, come loro famiglio. Secondo altri, ciò che inquietava erano le sue abitudini notturne, insieme alla capacità di vedere al buio. Secondo altri ancora, l’origine risalirebbe ai tempi delle carrozze, quando i cavalli si imbizzarrivano all’attraversamento di un gatto.
Un mondo che parla attraverso i segni
Per le comunità rurali la vita ruotava attorno ai campi, alle stagioni e agli animali. In loro si riconosceva un mediatore tra la casa e il mondo di fuori, tra i vivi e l’invisibile: un verso nella notte, un ululato, un canto fuori tempo erano parole di un linguaggio che andava saputo leggere.
Oggi molte di queste credenze sono scomparse, o sopravvivono nella memoria degli anziani. Eppure restano un ponte tra presente e passato: ascoltarle significa ritrovare il modo in cui chi ci ha preceduto abitava la notte, e riconoscere, anche nei segni più piccoli, un filo che ci lega alle nostre origini.
Se ti interessa il folklore del Sud d’Italia, sappi che ho scritto una raccolta di racconti folk horror, ambientata in Calabria, che uscirà nel 2027. Se vuoi seguirne gli sviluppi, trovi tutto su questo blog e sui miei profili social.
Letture consigliate
- Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Il Vespro, 1978
- Vincenzo Dorsa, La tradizione greco-latina negli usi e nelle credenze popolari della Calabria citeriore, Tip. Migliaccio, 1876
