Il malocchio nel folklore del mondo: gesti, amuleti e tradizioni apotropaiche
Lo sguardo ha sempre avuto un potere. Non solo quello metaforico dell’attenzione o del desiderio, ma un potere percepito come reale, fisico, capace di ferire. La convinzione che un occhio carico di invidia possa trasmettere una forza malevola è una delle credenze più antiche e capillarmente diffuse nella storia dell’umanità. La ritroviamo in culture separate da oceani e millenni, con forme diverse eppure con una logica sottostante coerente.
Il malocchio nelle culture del mondo
Credenze legate al potere dello sguardo sono diffuse in quasi tutto il mondo. Il folklorista Alan Dundes sostiene che questa diffusione rifletta qualcosa di universale nella psicologia umana: la percezione dell’invidia altrui come minaccia reale, e il bisogno di rituali collettivi per contenerla.
Il meccanismo è quasi sempre lo stesso: uno sguardo intenso, carico di invidia o ammirazione, anche del tutto inconsapevole, può trasferire un’energia negativa su una persona o anche un animale. I soggetti più vulnerabili, in quasi tutte le tradizioni, sono i bambini piccoli e le persone nel pieno della fortuna o della bellezza, poiché attirano più sguardi e, di conseguenza, più invidia.
Le culture che hanno elaborato questa credenza le hanno anche dato un nome preciso. Spesso il termine usato per definire l’influenza maligna che procede dallo sguardo invidioso è malocchio.
In Italia meridionale, il termine è fascino o affascino: una condizione psichica di impedimento e inibizione, descritta da Ernesto De Martino come la sensazione di essere mossi da una forza esterna che sottrae autonomia alla persona. La radice è il termine latino fascinum, che deriva da fascinare, ossia “gettare un incantesimo”: un’etimologia che rivela quanto la magia dello sguardo sia stata, per secoli, una realtà culturale condivisa nel mondo antico.
In Grecia, il fenomeno è detto matiasma (μάτιασμα, da mati, occhio): un’energia trasmessa da chi ammira o invidia.
In Turchia e nel mondo islamico, si parla di al-‘ayn; la credenza ha una legittimazione testuale in un hadith attribuito a Maometto. In India, il termine varia per regione: drishti nel Sud dravidico, nazar o buri nazar (“cattivo sguardo”) nel Nord, influenzato dalla tradizione persiana e islamica.
In America Latina, il mal de ojo è un termine che trova la sua radice nel sincretismo tra tradizione locale e cultura di importazione spagnola.
Nelle Isole Britanniche, il malocchio è detto droch shùil in gaelico (“il cattivo occhio”): la sua presenza è documentata già nel XII secolo da Geraldo di Galles nel Topographia Hiberniae, che ne descrive la credenza in Irlanda e Scozia.
Un concetto tanto diffuso quale quello del malocchio prevede riti, scongiuri e rimedi simili, ma che si differenziano per alcuni aspetti in base all’area geografica di riferimento. Vediamone alcuni.
Italia meridionale: la cimaruta e la mano cornuta
Nel sud d’Italia, lo scongiuro per eccellenza è un gesto: quello di tendere indice e mignolo a mo’ di corna. Fin dall’antichità, le corna rappresentano un simbolo di virilità, coraggio e forza: nel mondo animale infatti sono arma di offesa, ma anche e soprattutto di difesa. Tradizionalmente, il gesto delle corna va eseguito con le dita che puntano verso il basso, in modo da dirottare le energie negative verso terra.

Tipico del sud d’Italia è l’utilizzo di alcuni amuleti per proteggersi dal malocchio. Il più iconico è il corno napoletano. Il materiale tradizionale è il corallo rosso, ritenuto di per sé magico e protettivo. Il colore rosso è associato al sangue e al fuoco, simboli di vita e potenza. La forma allungata e ricurva ricorda vagamente un fallo, che nel mondo romano era un simbolo apotropaico capace di allontanare le forze maligne.
Secondo la tradizione, per essere veramente efficace, il corno deve essere donato.
Altro amuleto tradizionalmente usato contro il malocchio è la cimaruta: un pendente d’argento a forma di ramoscello di ruta, sul quale si innestano una serie di simboli minori come chiavi, mezzelune, pugnali, stelle e serpenti, in composizione variabile. La ruta era considerata una pianta magica in grado di respingere le influenze malefiche, e un rametto di questa pianta veniva tradizionalmente appeso a protezione delle culle dei neonati.
Se gli amuleti protettivi e i gesti di scongiuro non funzionavano, c’era sempre la possibilità di ricorrere al sapere popolare per rimuovere il malocchio.
Per verificare la presenza del fascino su una persona, una tradizione del sud d’Italia consisteva nel versare una goccia d’olio in un recipiente d’acqua: se l’olio si spandeva, la fascinazione era confermata. La cura era affidata generalmente a una donna anziana, che eseguiva il segno della croce accompagnato da formule sincretistiche. Il segnale che il rito aveva funzionato era lo sbadiglio, sia dell’affascinato che di chi rimuoveva il malocchio.
Grecia: il ftou e la xematiasma
Il gesto apotropaico quotidiano per eccellenza nella cultura greca è il ftou (φτου): un triplice sputo rituale (o il suo equivalente sonoro) emesso subito dopo aver fatto un complimento, per neutralizzare l’energia negativa trasmessa anche involontariamente. Lo sputo avrebbe infatti il potere di sporcare o sminuire la persona ammirata, neutralizzando quindi gli effetti dello sguardo.

L’amuleto principale è il mati, un disco blu con un occhio al centro, che funziona per il principio del contro-sguardo: l’amuleto a forma di occhio respinge lo sguardo malvagio.
Il rito di guarigione si chiama xematiasma (ξεμάτιασμα). Veniva eseguito da una persona anziana, di solito una donna, che aveva ricevuto la preghiera necessaria per trasmissione orale. Anche in questa tradizione, come in quella del sud d’Italia, la diagnosi si faceva con l’acqua e l’olio. La guaritrice recitava la formula in silenzio: lo sbadiglio era il segno che il rituale aveva funzionato. Seguivano il segno della croce e il triplice sputo conclusivo.
Turchia e Vicino Oriente: il nazar
L’amuleto più riconoscibile di tutta questa tradizione è il nazar boncuğu: un disco di vetro soffiato dall’aspetto quasi identico a quello del mati greco, a testimonianza della vicinanza delle due culture.
La protezione verbale quotidiana nel mondo islamico è il Mashallah (che significa “ciò che Dio ha voluto”) pronunciato dopo ogni lode o complimento per attribuire il merito a Dio e schermare la persona lodata dall’invidia.
India: la drishti bommai e il punto nero
In India ci si protegge dal malocchio con il kala teeka: un piccolo punto nero tracciato con il kajal sulla guancia, sulla fronte o dietro l’orecchio di neonati e spose. Il punto ha la funzione di deviare l’attenzione degli sguardi invidiosi verso questo segno, proteggendo così la persona.
In alternativa si usa il kala dhaga: un filo nero legato al polso o alla caviglia, spesso adornato con piccoli amuleti.
A protezione del malocchio si usano anche le drishti bommai: bambole con volti grotteschi, occhi sporgenti, zanne e colori accesi, che funzionano come un contro-sguardo aggressivo: la loro espressione terrificante spaventa e distoglie lo sguardo malefico prima che raggiunga le persone.
Il rito di rimozione del drishti (il malocchio) prevede di far ruotare una manciata di sale in senso orario e antiorario intorno alla persona colpita, per poi gettarla nel fuoco. L’idea è che il sale assorba l’energia negativa e la neutralizzi nella combustione. Varianti dello stesso rito usano limoni, peperoncini rossi, cipolla o cocco.

America Latina: l’uovo e il braccialetto rosso
Nella tradizione del sud America, specialmente nell’area Maya, si usava legare al braccio destro dei neonati un braccialetto di filo rosso, spesso intrecciato con un seme di ojo de venado (occhio di cervo). Il braccialetto aveva la funzione di amuleto contro il malocchio, anche per via del suo colore rosso, considerato protettivo.
Il rito di guarigione più diffuso in America Latina è la limpia con l’uovo: si fa scorrere un uovo crudo su tutto il corpo del soggetto colpito per assorbire l’energia malevola. L’uovo viene poi rotto in un bicchiere d’acqua e si osserva il tuorlo: se appare torbido o filamentoso, il malocchio è confermato.

Isole britanniche: il filo rosso e il ferro di cavallo
Nelle isole britanniche, la credenza nel malocchio è radicata tanto nella tradizione gaelica irlandese quanto in quella scozzese, due culture sorelle che condividono la stessa parola per indicarlo: droch shúil droch-shùil (“occhio cattivo”). In entrambe le tradizioni, i bersagli più vulnerabili erano i bambini e il bestiame. In Irlanda era considerato sospetto non pronunciare “God bless the child” vedendo un bambino, in quanto si credeva che in questo modo si potesse gettare il malocchio.
Anche in questa tradizione, il gesto apotropaico protettivo consisteva nello sputare sul bambino.
In Scozia, il rimedio di guarigione più elaborato è l’uisge airgid, l’acqua d’argento. L’acqua veniva attinta da un ruscello con un mestolo di legno nel nome della Trinità, a essa si aggiungeva un oggetto d’argento, come un anello o una moneta, e poi la si faceva ruotare in senso solare tre volte prima di aspergerla sull’animale o sulla persona colpita, recitando una formula che mescolava invocazioni cristiane a elementi precristiani. Il segnale che il rito aveva funzionato era la malattia (nausea, vomito) che colpiva la guaritrice per ventiquattr’ore: un meccanismo di assorbimento del male simile a quello dello sfascino del Sud Italia e della xematiasma greca.
Il filo rosso era l’amuleto di protezione preventiva per eccellenza, usato in coppia con il sorbo (un proverbio popolare scozzese dice: “Rowan tree and red thread make the witches tyne their speed”, e cioè: “Sorbo e filo rosso fanno perdere velocità alle streghe”). Rami di sorbo venivano legati alle code e alle corna del bestiame prima di portarlo al pascolo, fissati alle porte delle stalle o intrecciati con filo rosso e cuciti negli orli delle giacche, come attesta il re Giacomo VI nel Daemonologie del 1597. Anche in questa tradizione, il colore rosso era associato alla forza vitale del sangue e ritenuto capace di attrarre e neutralizzare le energie maligne.
Un’altra protezione diffusa consisteva nell’appendere un ferro di cavallo sopra la porta d’ingresso: il ferro era considerato ostile alle fate e alle forze maligne. In Scozia, ferri di cavallo e chiodi di ferro venivano fissati anche ai magli del burro e ai recipienti colmi di latte: beni domestici spesso oggetto di furto da parte di creature magiche.
Un filo invisibile tra i continenti
L’uomo di ogni tempo e in ogni parte del mondo ha sempre creduto nel potere dannoso dello sguardo. Il malocchio affonda le sue radici nella consapevolezza della visibilità che il successo genera, e nel timore che questa visibilità possa attirare l’invidia.
Non è solo la credenza del malocchio ad accomunare i popoli. Anche le diverse risposte rituali si organizzano intorno a principi condivisi: il contro-sguardo (dal mati greco al nazar turco), l’assorbimento dell’energia negativa (l’uovo latinoamericano, il sale indiano), la deviazione dell’attenzione (il punto nero e le bambole indiane, il gesto delle corna nel sud d’Italia).
Oltre alla somiglianza tra le credenze, ciò che colpisce è che in molte parti del mondo esse sopravvivono come tradizioni ancora vive: il ftou della nonna greca, il braccialetto rosso al polso del neonato messicano, il nazar appeso al cruscotto di un’auto turca. A testimonianza del fatto che gesti antichissimi sono così radicati da trovare sempre casa nel quotidiano.
Letture consigliate
- Ernesto De Martino, Sud e magia, Einaudi, 2024
- Alan Dundes, The Evil Eye: A Casebook, University of Wisconsin Press, 1992
- Andrea De Jorio, La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano, 2012
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