Recensione di Lapvona, di Ottessa Moshfegh
Mi è capitato spesso di notare la copertina di Lapvona nei post sui social dedicati ai libri folk horror. Incuriosita, sono andata a leggere la trama: alcuni degli elementi sembravano esserci, ma non mi è sembrato che il romanzo rientrasse pienamente in quel sottogenere. Allo stesso tempo, però, c’erano molti degli ingredienti che mi fanno apprezzare una lettura. Così, quest’estate, mi sono finalmente decisa a leggerlo.
E ho scoperto che quello che mi aspettavo era decisamente meno inquietante di quello che avrei trovato tra le pagine.
Ecco la mia recensione di Lapvona..

Trama
È un anno di siccità e carestia, e il villaggio medievale di Lapvona continua a essere prosciugato dei suoi averi dalle richieste del governatore Villiam, che vive in cima alla collina. Il piccolo Marek, maltrattato dal padre pecoraio, trova consolazione nel legame con Ina, l’ostetrica cieca che lo ha allattato quando era un neonato come ha fatto con tanti altri bambini del posto. Ma Ina possiede un dono nascosto: la capacità unica di comunicare con il mondo naturale e accedere quindi a conoscenze sacre che spaventano alcuni abitanti del villaggio. Tra di loro c’è padre Barnaba, il prete che, insieme al governatore, vessa un popolo sempre più stanco dei soprusi dei potenti. Ma quando il destino porta Marek più vicino alla famiglia del governatore, nuove forze sconvolgono il vecchio ordine, e il velo tra cecità e vista, vita e morte, natura e spiriti si assottiglia sempre più.
Recensione
Lapvona racconta un anno nella vita di un piccolo villaggio medievale, povero, isolato e schiacciato dalla fame, dalla siccità e dai soprusi del governatore Villiam, che vive al sicuro nel suo castello sulla collina, lontano dalla miseria degli abitanti.
Tra i protagonisti troviamo Jude, pecoraio, e il suo figlio storpio Marek. Vivono in un ambiente fatto di violenza, superstizione e religiosità esasperata. Al loro fianco si muovono gli altri abitanti di Lapvona, tra cui l’ostetrica cieca Ina, il prete Barnaba e la famiglia di Villiam.
Un’incursione di briganti, alcune morti e una serie di eventi apparentemente scollegati metteranno in moto una vicenda destinata ad allargarsi sempre di più, facendo emergere verità e intrecci che coinvolgono l’intera comunità.
Perché Lapvona è proprio questo: non la storia di un singolo personaggio, ma la storia di un luogo.
E, soprattutto, delle persone che lo abitano.
Un folk horror senza mostri
Mi aspettavo un romanzo cupo, magari con qualche elemento folk horror, e invece mi sono ritrovata davanti a qualcosa di molto più disturbante. Tanto che, arrivata alla fine, mi sono chiesta se l’etichetta di folk horror fosse davvero sufficiente a descrivere questo libro.
Ci sono alcuni elementi tipici del genere: una comunità rurale isolata, una realtà chiusa su se stessa, credenze religiose, superstizioni e una forte componente di miseria e arretratezza.
Ma non ci sono mostri che arrivano dal bosco. Non ci sono antichi culti pagani pronti a risvegliarsi. Non c’è una creatura soprannaturale da cui fuggire.
L’orrore di Lapvona è tutto umano.
È fatto di ignoranza, egoismo, crudeltà. Del bisogno di trovare una giustificazione alle proprie azioni. Della convinzione che la sofferenza abbia necessariamente un significato. E, soprattutto, di quello che si è disposti a fare quando si è disperati.
In questo senso, Lapvona è molto più vicino a un racconto sulla natura umana che a un vero e proprio horror soprannaturale.
Una storia di miseria e depravazione
Lapvona è un villaggio sporco e misero, abbandonato a marcire nella propria ignoranza. I suoi abitanti devono affrontare la fame, la siccità, i briganti e il giudizio divino senza avere praticamente nessun mezzo per cambiare la propria condizione.
Dall’altra parte c’è Villiam. Il governatore vive nell’agio, circondato da cibo, servitori e ogni genere di comodità e svago, completamente incurante della sofferenza di chi vive ai suoi piedi. È un personaggio grottesco, ignorante, egoista e ripugnante.
Il contrasto tra questi due mondi è uno degli elementi più riusciti del romanzo: da una parte chi non ha nulla, dall’altra chi ha tutto e continua a volerne ancora.
Una violenza che diventa grottesca
La trama procede passando da un evento brutale all’altro.
Si parte dall’incursione dei briganti a Lapvona, che provoca diverse vittime tra donne e bambini. Uno di essi viene catturato, esposto alla gogna e impiccato. E da quel momento le cose non fanno che peggiorare.
Abusi sessuali, perversioni, violenza, cannibalismo, fame e morte si susseguono in una progressione che porta il lettore a chiedersi, a un certo punto, se esista davvero un limite a quello che l’autrice è disposta a raccontare.
La risposta, evidentemente, è no.
L’effetto è a tratti disgustoso: alcune immagini arrivano dritte allo stomaco, e l’estremismo di ciò che accade sfocia nel grottesco. È una delle caratteristiche che rendono Lapvona così particolare e che contribuiscono a creare quell’atmosfera di degrado assoluto che permea il romanzo.
Una discesa nell’animo umano
Forse l’aspetto che ho apprezzato maggiormente è la caratterizzazione dei personaggi.
Il romanzo non presenta semplicemente una galleria di persone buone o cattive: ognuno ha una propria storia, una propria logica, un proprio modo di interpretare il mondo. Jude, Marek, Villiam e tutti gli altri sono diversi l’uno dall’altro e, nonostante siano spesso aberranti, risultano sorprendentemente sfaccettati.
C’è chi è consumato dalla cupidigia, chi dalla fame, chi dal potere, chi dalla paura. Ognuno porta con sé una forma particolare di deformità, non necessariamente fisica, che lo rende unico rispetto agli altri.
È questa complessità a rendere la loro umanità così disturbante. Anche quando compiono azioni terribili, non sembrano essere lì soltanto per aggiungere un’altra scena di violenza alla storia: dietro ogni comportamento c’è una persona, con le proprie debolezze, le proprie convinzioni e le proprie perversioni.
È così che Lapvona si trasforma in una discesa nelle pieghe più recondite e oscure dell’animo umano.
Uno stile efficace
A rendere la lettura ancora più efficace è anche lo stile dell’autrice.
La scrittura è in grado di raccontare l’orrore e scavare negli animi. Il ritmo è incalzante senza diventare sincopato e permette alla storia di procedere rapidamente, accompagnando il lettore attraverso una vicenda che si amplia e si complica man mano.
Gli eventi, infatti, non rimangono isolati. L’autrice fornisce progressivamente nuovi elementi che permettono di ricostruire ciò che è accaduto prima: un dettaglio chiarisce un episodio apparentemente casuale, un personaggio assume un significato diverso alla luce di ciò che viene rivelato in seguito.
Il risultato è una storia che procede quasi senza pause, nella quale una brutalità conduce alla successiva e ogni nuovo elemento spinge a continuare la lettura per capire dove porterà la vicenda.
E quando finalmente il quadro si ricompone, ciò che resta è l’immagine di un mondo nel quale tutti sono sì vittime, ma anche colpevoli.
Perché leggere Lapvona
Lapvona non è una lettura per tutti. È un libro grottesco, spietato, disturbante. Ci sono scene che possono risultare difficili da leggere e una quantità di crudeltà che, in alcuni momenti, sembra quasi voler mettere alla prova il lettore.
Ma se amate le storie oscure, il folklore, le ambientazioni medievali sporche e degradate e soprattutto quei romanzi capaci di scavare nelle parti meno presentabili dell’essere umano, allora credo che valga la pena dargli una possibilità.
Non aspettatevi, però, il classico folk horror.
Lapvona non ha bisogno di mostri per turbare. La fame, la fede, la miseria, il potere e la disperazione sono già abbastanza.
E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante del romanzo: dopo aver chiuso il libro, ciò che continua a inquietare non è quello che potrebbe esistere soltanto nella fantasia.
È quello che, in forme diverse, sappiamo essere perfettamente umano.
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Immagine in copertina realizzata con l’ausilio dell’IA.
