Recensione de L’Assassino di Fiabe, di Riccardo Poleggi
Ci sono libri fantasy in cui l’ambientazione medievale è solo uno sfondo, un espediente narrativo portato avanti più per tradizione (parlo di quell’immenso filone di narrativa fantastica a base di re, cavalieri, maghi e draghi) che per reale vocazione. In cui la storia è ambientata in un contesto generico, riconoscibile, ma non sempre storicamente accurato.
E poi c’è L’Assassino di Fiabe, in cui un Medioevo vero e tangibile non si limita a fare da sfondo, ma permea ogni cosa: personaggi, mentalità, abiti, luoghi, modi di parlare.
Ecco la mia recensione.
Trama

L’Assassino di Fiabe, Eredità, è una novella Dark Fantasy medievale.
Anno 802, Impero Carolingio.
Il monaco Bertoldo vive da vent’anni tra le mura del convento di San Benedetto di Valle Bruna, dedito alla preghiera e al silenzio. Un cavaliere morente, senza eredi, lascia al monastero tutti i suoi averi e fa promettere a Bertoldo di venderli e devolvere il ricavato ai bisognosi.
Ma quell’eredità contiene qualcosa che non avrebbe dovuto varcare le sacre mura del monastero per concupire il cuore del monaco.
Durante una notte di plenilunio, il fuoco e il sangue inghiottono ogni cosa. Bertoldo è l’unico superstite e da quel momento qualcosa lo osserva, lo segue, lo attende nel chiarore argentato di ogni luna piena.
In fuga, Bertoldo scrive persino all’Imperatore, supplicando di essere aiutato. Non per salvare il suo corpo, ma per difendere la sua anima.
Il vero terrore, per un uomo di Dio, non è morire.
Un monaco in fuga, i paladini di Carlo Magno che devono difenderlo, il demonio sulle loro tracce. Se ami questi elementi, questa storia fa per te.
Un Medioevo vero
L’Assassino di Fiabe si apre nella forma di una lettera che il monaco Bertoldo scrive per chiedere aiuto e soccorso all’Imperatore in persona. Leggendola, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una missiva d’altri tempi, in cui brevi episodi di vita monastica sono raccontati per far da contrasto allo stravolgimento improvviso e inatteso: un cavallo demoniaco che ha fatto la sua comparsa, seminando morte e perdizione.
La prima cosa che mi ha colpita leggendo L’Assassino di Fiabe è proprio il modo in cui l’autore costruisce il suo Medioevo.
Non è il classico Medioevo fantasy che siamo abituati a incontrare nella narrativa: un’epoca indistinta fatta di castelli, cavalieri e villaggi polverosi, utilizzata come ambientazione generica per una storia fantastica.
In questa novella il contesto storico si sente. Attraverso i personaggi e il modo di esprimersi – la scelta e lo stile della lettera iniziale sono molto calzanti -, nelle dinamiche sociali, negli abiti che indossano e negli ambienti in cui si muovono. Ogni elemento contribuisce a restituire un mondo che appare concreto e credibile.
Ed è proprio questa verosimiglianza a rendere ancora più efficace l’elemento fantastico.
Perché il demonio, il soprannaturale e le creature che appartengono a un’altra dimensione non si muovono in un generico “mondo fantasy”. Al contrario, irrompono in un contesto che sembra invece profondamente reale, dando forma a paure del tutto umane, tipiche di un’epoca precisa.
Si vede che dietro la costruzione dell’ambientazione c’è studio e competenza. E, soprattutto, si vede che questa competenza non viene utilizzata per esibire nozioni, ma con il fine chiaro di rendere la storia più credibile.
Il lato oscuro del fantasy, senza l’estetica della violenza
L’altro aspetto che ho apprezzato molto è il modo in cui Poleggi affronta il dark fantasy.
Ne L’Assassino di Fiabe ci sono scontri, sangue, combattimenti, ferite, corpi martoriati e momenti piuttosto crudi. Ma la violenza non diventa mai il contenuto principale della storia. Non c’è quell’estetica della brutalità fine a sé stessa che a volte si incontra nel fantastico oscuro, dove l’accumulo di sangue e atrocità sembra diventare quasi un modo per dimostrare quanto una storia sia “dark”.
Qui la violenza appartiene al mondo narrato e ai suoi personaggi. È una conseguenza della storia, del contesto e delle situazioni che vengono raccontate, non un ornamento aggiunto per rendere il libro più estremo.
Per questo, anche quando le scene diventano crude, non ho mai avuto la sensazione di trovarmi davanti a una storia che volesse semplicemente compiacersi della propria oscurità.
E, paradossalmente, proprio questo rende più efficaci i momenti realmente inquietanti.
Inoltre, nonostante l’autore non faccia mancare combattimenti e violenza, è stato capace di inserire anche momenti di riflessione, sensibilità e umanità, legati al destino amaro di un personaggio in particolare.
Senza fare spoiler, credo che anche questo dica qualcosa sul modo in cui Poleggi costruisce la sua storia.
Uomini in carne, ossa e paure
Anche i personaggi rispondono alla stessa logica di realismo.
I personaggi de L’Assassino di Fiabe hanno luci ed ombre, ma non nel senso ormai abusato del termine “personaggio grigio”. Non sono individui che compiono ogni genere di atrocità e ai quali viene semplicemente assegnato un passato doloroso come giustificazione.
Sono persone. E si comportano secondo la propria epoca, la propria posizione e le proprie convinzioni.
Una novella non offre per sua natura lo spazio per costruire una psicologia approfondita per ogni personaggio, perciò alcuni di loro restano sullo sfondo. Ma altri – tra tutti Bertoldo naturalmente, ma anche Fara e Ugo – sono tratteggiati in modo distinto e realistico.
Bertoldo e Fara, in particolare, sono capaci di suscitare a tratti antipatia, ma va bene così: sono perfettamente comprensibili all’interno del mondo in cui vivono, e la loro capacità di suscitare una reazione è per questo un punto di forza.
Tra mazzate e filosofia
Un altro pregio della novella è l’equilibrio tra le sue diverse componenti.
C’è l’azione, naturalmente. Ci sono combattimenti, inseguimenti e violenza: le mazzate non mancano.
Ma insieme a tutto questo trovano spazio anche riflessioni più filosofiche, legate soprattutto alla fede, al bene e al male, all’anima e alla natura dell’uomo.
La cosa che ho apprezzato è che queste riflessioni non vengono mai calate dall’alto, non interrompono la narrazione solo per dare sfoggio della profondità dell’autore.
Sono parte della vicenda.
E, considerando lo spazio necessariamente limitato di una novella, riuscire a far emergere temi di questo tipo senza sacrificare il ritmo non era affatto scontato.
Il risultato è un buon equilibrio tra storia, violenza e filosofia: tre elementi che potrebbero facilmente entrare in conflitto e che invece convivono naturalmente.
Perché leggere L’assassino di Fiabe
L’Assassino di Fiabe è per chi dal fantasy oscuro cerca non solo violenza fine a sé stessa, ma un contesto realistico, in cui le ombre non devono essere inventate per turbare.
Se cercate quindi un dark fantasy medievale che privilegi la credibilità del mondo, l’atmosfera e la coerenza dei personaggi rispetto all’esibizione dell’eccesso, L’Assassino di Fiabe potrebbe essere una lettura molto interessante.
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