Edimburgo: il lato oscuro che non si vede in cartolina (Parte 2)
Edimburgo non è come la vedi in cartolina. Il volto più turistico è solo una parte del tutto, una patina superficiale. La vera anima della città, il suo cuore nero, pulsa sotto lo strato di una storia brutale.
E io ho ascoltato quel pulsare.
Continua il racconto del lato oscuro di Edimburgo: storie che ho ascoltato dalla gente locale, che ho respirato nei vicoli di questa città inaspettata. Se vi siete persi la parte 1, potete trovarla qui.
Un re che dava la caccia alle streghe

Edimburgo è sempre stata una città fortemente esoterica, e la sua storia è legata a filo doppio a figure oscure come Thomas Weir e a eventi sanguinosi quali la brutale caccia alle streghe dei secoli XVI e XVII (tutti i dettagli nella parte 1).
Durante il mio viaggio però mi è stato fatto notare che la violenza non veniva dal basso.
Tutto il contrario.
Una delle caratteristiche della persecuzione delle streghe che ha insanguinato la Scozia è che era istituzionalizzata.
Giacomo VI di Scozia (successivamente asceso anche al trono di Inghilterra con il nome di Giacomo I, e artefice dell’unificazione delle due corone) era ossessionato dal demonio e dalla magia.
Ma qualche abitante di Edimburgo mi ha rivelato, con sguardo complice, che questa era la versione ufficiale della storia. Le cose non stavano del tutto così.
Giacomo VI teneva comportamenti dissoluti e frequentazioni di donne con le quali non era legato in matrimonio. Tutte condotte che la Chiesa dell’epoca disapprovava.
La giustificazione che Giacomo addusse fu semplice: se il suo comportamento era riprovevole, non era certo da imputarsi a lui. La colpa era tutta delle donne: incantatrici, ingannevoli, manipolatrici.
Streghe.
Facile addossare la responsabilità a quello che all’epoca era il sesso debole, senza tutele o garanzie.
E non lo dico io: lo sussurra la gente di Edimburgo.
Quel che è certo è che, dopo i processi di North Berwick, Giacomo VI sostenne attivamente la persecuzione delle streghe e scrisse il Daemonologie: un trattato che, in forma di dialogo, esplora la demonologia, la magia nera e la stregoneria.
Nel Daemonologie si legge che esistono forze sovversive che minacciano la monarchia e l’ordine sociale, e che pertanto vanno perseguitate per ristabilire l’ordine.
A ben vedere, non era un testo esoterico quindi, bensì di uno strumento politico.
Venire a conoscenza della vera storia di Giacomo IV e del suo Daemonologie mi ha dato una sensazione molto chiara: la paura non era solo superstizione. Era organizzazione del potere.
Burke, Hare e il valore di un corpo
Nella parte 1 ho già raccontato dei ladri di corpi, di come saccheggiavano il Greyfriars Kirkyard e altri cimiteri alla ricerca di cadaveri freschi da vendere alle scuole di anatomia.
Quello che sono venuta a sapere a Edimburgo è che non tutti erano disposti ad attendere pazientemente un nuovo decesso e una tomba scavata di fresco. Qualcuno preferiva accelerare il processo.

La storia di William Burke e William Hare mi è stata raccontata quasi con distacco. Come se facesse parte di una normalità difficile da ammettere.
Tutto iniziò con un inquilino della pensione gestita da Hare, morto di morte naturale. Burk, un altro affittuario, suggerì al padrone di casa di non avvertire le autorità locali, ma di vendere il corpo alla scuola di medicina locale, e in particolare al Dottor Robert Knox.
Da lì, il passo verso l’omicidio fu breve.
Le vittime erano sempre le stesse: poveri, soli, invisibili. Ancora una volta, corpi sacrificabili.
L’organizzazione era perfetta: il più corpulento dei due killer si sdraiava sulla vittima designata, comprimendola con il suo peso, mentre l’altro le tappava naso e bocca. In questo modo, il malcapitato o la malcapitata moriva per soffocamento, senza segni visibili che potessero rovinare la qualità del corpo.
In questo modo, Burke e Hare commisero 16 omicidi, perfettamente indisturbati.
Finché tra le loro mani morì una donna troppo bella per non essere notata. Quando il suo corpo venne consegnato, come di consueto, al Dottor Knox, questi la riconobbe. A quel punto fu facile realizzare che erano sempre quei Burk e Hare a portare un gran mucchio di cadaveri freschi alla scuola di medicina.
I due vennero arrestati, tuttavia non c’erano prove sufficienti a incriminarli. Cercando di ottenere una confessione, la polizia li interrogò separatamente. Offrirono a Hare l’immunità se gli avesse raccontato tutti i dettagli degli omicidi, e così accadde: Hare diede la colpa a Burke, accusandolo di essere l’unico responsabile.
Burke venne quindi condannato a morte e impiccato, mentre Hare lasciò Edimburgo per non tornarvi mai più.
South Bridge e i close: l’Edimburgo sepolta

Sotto Edimburgo esiste un’altra Edimburgo.
Una città murata, compressa, dimenticata.
Come spiegato nel precedente articolo, la capitale della Scozia è una città che si è evoluta in altezza, costruendosi in strati di fango, pietre e miseria umana. Ogni strato andava a ingoiare e nascondere i precedenti, senza mai cancellarli.
Questo è accaduto anche a South Bridge, eretto per collegare la Old Town al crescente sobborgo meridionale, migliorando la viabilità e il commercio.
Per sostenere la strada sopra un ripido burrone, il Cowgate, furono eretti diciannove archi. All’interno di questi archi vennero ricavate 120 piccole stanze, i vaults, Queste vennero utilizzate come magazzini e botteghe dai commercianti locali. Tuttavia ben presto si rivelarono degli ambienti umidi e insalubri, e furono dismessi.
Una volta abbandonati, i vaults diventarono rifugio per senzatetto, poveri e criminali. Luoghi di spaccio, gioco d’azzardo, prostituzione, violenza estrema. Spazi dove la vita si accalcava senza protezione, senza regole, senza futuro.
Sono stata all’interno dei vaults. L’umidità preme sul petto, l’aria è così densa da risultare soffocante.
Il buio non è solo assenza di luce: è una presenza che inghiotte i contorni, che toglie profondità, che disorienta.
Preme sulla trachea, insinua angoscia sotto la pelle.
Li ho visto con gli occhi di chi li ha vissuti: spazi stretti, condivisi da decine di persone insieme. Corpi addossati, nessuna intimità, nessuna via di fuga.
Chi vi abitava era troppo povero per permettersi delle candele: si bruciava olio di pesce o grasso d’animale, finché c’era.
Quando anche la più piccola traccia di luce svaniva, svaniva insieme a essa ogni residuo di sicurezza.
E allora era facile entrare in un vault credendo di aver trovato rifugio. E non accorgersi del coltello pronto, nel buio di un angolo.

A Edimburgo si racconta anche che i vaults siano stati teatro di magia nera e rituali proibiti. In uno dei Blair Street Underground Vaults resiste un cerchio di pietre.
Non c’è nulla di spettacolare in quel cerchio. Nessuna messa in scena. Nessun effetto speciale.
È lì, semplice, spoglio. Presente.
Eppure è difficile ignorarlo.
Non tanto per ciò che si dice vi sia accaduto, quanto per il modo in cui lo spazio intorno sembra trattenere qualcosa. Come se quel punto fosse stato usato per concentrare, delimitare, contenere. E come se, anche ora, continuasse a farlo.
Non so se nei vaults si praticasse davvero magia nera.
So però che certi luoghi, quando assorbono abbastanza miseria, violenza e disperazione, non hanno bisogno di rituali per diventare perturbanti.
Ma l’Edimburgo sepolta non vive solo sotto i ponti. Vive anche tra le case, negli spazi stretti e verticali dei close.
I close sono vicoli chiusi, stretti, che si insinuano tra un edificio e l’altro come fenditure. Alcuni scendono in profondità, altri salgono improvvisi. Molti sono stati murati, coperti, dimenticati.
Un tempo erano spazi densamente abitati: botteghe ai piani bassi, famiglie ammassate ai livelli superiori, rifiuti gettati dalle finestre, acqua stagnante, malattie.
Tra tutti i close di Edimburgo, Mary King’s Close è forse il più emblematico, perché racconta, più di ogni altro, cosa significa essere sepolti senza morire.
Mary King’s Close era un vicolo brulicante di vita, di botteghe, famiglie e animali.
Poi arrivò la peste.
Le case furono sigillate una a una per tentare di contenere il contagio. Alcuni malati furono isolati e assistiti da guardiani incaricati dalla città; altri vennero abbandonati nelle loro stanze. Mary King’s Close continuò a vivere a metà: in parte ancora abitato, in parte condannato al silenzio e al decadimento.
Ma la vera cancellazione avvenne dopo.
Durante l’espansione della città nel XVIII secolo, molti close vennero inglobati in un nuovo livello urbano. Le case non furono demolite, ma murate, assorbite, ingoiate.
Mary King’s Close divenne l’ennesimo strato in una città che è cresciuta costruendo sulla sua miseria.
Non eliminando ciò che è scomodo, ma murandolo vivo.
L’eredità delle sue ferite
Questo viaggio a Edimburgo mi ha svelato una realtà che non mi aspettavo, non così almeno: questa è una città molto diversa dalla sua immagine da cartolina.
Ho provato ad attraversarla, a coglierne l’anima, a raccontare la sua storia.
Quello che ho ascoltato dalla voce delle persone del posto, quello che ho respirato nei cimiteri, nei close, sotto i ponti e dentro i vaults, mi ha messo in contatto con un luogo che non ha mai chiuso i conti con la propria storia. Una città che, invece di guarire, ha continuato a costruire sopra le sue ferite, strato dopo strato, lasciandole parlare attraverso l’umidità delle pietre, i vuoti d’aria, il buio che si allarga.
Dopo giorni passati a camminare nelle sue pieghe più profonde, porto ancora addosso una sensazione difficile da definire: come se questa città non si fosse limitata a raccontarmi le sue storie, ma me le avesse fatte sentire sulla pelle.
Ed è questo che mi resta del mio viaggio: l’idea che esistono città che non si spiegano con la luce, ma con le ombre.
Edimburgo è una di queste.
E forse è per questo che, una volta incontrata così da vicino, non la si dimentica più.
Le foto, le impressioni e il vissuto che hai trovato in questo articolo sono miei.
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