Edimburgo: il lato oscuro che non si vede in cartolina (Parte 1)
Quest’inverno ho trascorso qualche giorno a Edimburgo, città che mi ha sempre affascinata per l’architettura gotica e per le storie oscure che sapevo nascondesse tra le guglie. Per i suoi legami con l’occulto, la stregoneria e la letteratura (Edimburgo ha dato i natali, tra gli altri, a Robert Louis Stevenson, autore di una delle opere che mi ha formato di più come lettrice e come autrice: Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde).
Ho scelto di andarci in inverno, per poterla sentire viva sotto la coltre della neve. Volevo conoscerla in quello che reputavo fosse il suo momento più autentico, senza il tepore e la luce della bella stagione ad addolcirla.
E così, una sera di gennaio, Edimburgo mi ha accolta tra i suoi vicoli e i suoi pinnacoli.
Non sono andata in cerca di fantasmi. Non di proposito.
Volevo solo conoscere finalmente una città di cui avevo tanto sentito parlare e che solleticava il mio immaginario.
Eppure, fin dai primi giorni, ho avuto la sensazione che l’oscurità di questa città non fosse solo un elemento architettonico.
È reale. E soffocante.

L’Edimburgo che ho conosciuto io è una città pesante. Come se fosse gravata da qualcosa che non è mai stato davvero elaborato.
Ho camminato tra le strade della Old Town, ho ascoltato i racconti della gente del posto, e ho scoperto non solo una storia ben più brutale di quanto immaginassi, ma ho anche realizzato che quella violenza non è solo cronaca. È stratificazione emotiva, qualcosa che continua a filtrare dal sottosuolo, dalle pietre, dai vicoli chiusi e compressi.
Le storie che seguono non le ho trovate in una guida.
Me le hanno raccontate lì, a Edimburgo. Alcune sono documentate, altre vivono nel territorio ambiguo del folklore urbano. Ma tutte, in modi diversi, mi hanno lasciato addosso una sensazione di disagio fisico, quasi viscerale.
Il lato oscuro di Edimburgo
La storia della capitale della Scozia è fatta di conflitti violenti, epidemie devastanti, guerre di religione e crimini efferati.
Il castello di Edimburgo fu uno dei centri delle ostilità con l’Inghilterra. Assediato per ben ventitré volte, resta oggi come monumento alle guerre d’indipendenza scozzesi.
Tra il XIV e il XVII secolo Edimburgo fu flagellata da undici epidemie, tra cui la polmonite e la peste bubbonica, con i loro effetti devastanti. Terreno fertile per la diffusione di queste malattie furono il sovraffollamento e le condizioni igieniche precarie della città a quel tempo: stretta nella cinta muraria costruita a protezione, Edimburgo non poteva espandersi, ma al massimo crescere in altezza entro i confini della Old Town.
Durante il XVI e XVII secolo, Edimburgo fu inoltre teatro di brutali processi alle streghe. Alcune cronache riportano che la Scozia fu il secondo paese (dopo la Germania) per numero di condanne: centinaia di persone, principalmente donne, furono accusate di stregoneria, torturate e giustiziate nel Grassmarket e vicino al Canongate Tolbooth.
La stregoneria e l’occulto erano diventati una vera e propria ossessione, alimentata in parte da re Giacomo VI di Scozia (conosciuto anche come Giacomo I d’Inghilterra).
Edimburgo ospitò una storia di crimini a più livelli, inclusi contrabbando, furti di cadaveri e assassini seriali.
Greyfriars Kirkyard, il cimitero dei morti senza riposo
Il Greyfriars Kirkyard, o Cimitero dei Frati Grigi, è uno dei più infestati d’Europa. Così mi ha ripetuto la gente del luogo, tra un sorriso e un’occhiata in tralice.
Come dargli torto.

Ogni granulo di terra, ogni centimetro di pietra racconta una storia disturbante di morte, abbandono, violenza.
Non si sa con certezza quanti corpi siano stati sepolti lì sotto. Ciò che si sa è che, non potendo Edimburgo – e di conseguenza nemmeno il suo cimitero – espandersi in larghezza, le sepolture sono avvenute a strati.
Strato di terra, strato di corpi. Strato di terra e strato di corpi. E così ancora, chissà per quanto.
E lì il mio, di corpo, ha reagito: nausea, testa leggera, una sensazione di oppressione che non sono riuscita a scrollarmi di dosso finché non sono uscita.
Camminando tra le tombe ho notato qualcosa di inusuale: alcune erano circondate da griglie di ferro.
Mi è stato spiegato che, in un periodo in cui le scuole di anatomia pagavano bene per corpi freschi da studiare (circa dieci sterline a corpo, l’equivalente di due mesi di stipendio all’epoca), quelle gabbie servivano per tenere lontani i ladri e trafficanti di cadaveri.
Quello che ho visto, che ho percepito, attraversando il Greyfriars Kirkyard è che non si tratta di un luogo di raccoglimento.
È un luogo di espiazione.
Al suo interno si trova la Covenanter Prison, o prigione dei Covenanti. Si tratta di una prigione a cielo aperto, la cui storia è legata a quella della battaglia di Bothwell Brig del 1679.
Il conflitto vide i Covenanti presbiteriani scozzesi opporsi all’interferenza della Corona britannica negli affari della Chiesa, e il re Carlo II, che cercava di imporre l’episcopalismo.
I Covenanti vennero sconfitti e circa 1200 prigionieri vennero portati a Edimburgo. Ma né il castello, né le prigioni potevano contenere un così elevato numero di persone. La soluzione venne allora da Sir George Mackenzie, allora Lord Avvocato, che allestì un campo in un’area recintata del cimitero di Greyfriars.

1200 prigionieri vennero così lasciati lì, al freddo e alle intemperie. Affamati, fustigati, maltrattati. Spinti verso una morte impietosa.
Questo episodio valse a Sir Mackenzie il soprannome di “Bluidy” (Sanguinario) Mackenzie.
Ma “Bluidy” Mackenzie non provò rimorso neanche un giorno della sua vita. Al contrario, fiero della sua opera, ordinò la costruzione della propria cripta accanto a Covenanter Prison. O meglio, sopra.
Perché anni dopo la sua morte, il pavimento della cripta cedette, rivelando che era stata costruita sopra centinaia e centinaia di corpi. Sicuramente i Covenanti da lui condannati, per poter continuare a braccarli anche dopo la morte.
Mi è stato raccontato che molte persone accusano malori improvvisi nei pressi della tomba di “Bluidy” Mackenzie. Non so cosa pensare di queste storie. So solo che il mio corpo ha reagito prima della mia testa.
Greyfriars non è un cimitero pacificato. È un luogo dove la morte è stata usata come strumento di controllo, e dove persino i cadaveri non erano al sicuro, trafugati e venduti.
Lì ho sentito chiaramente una cosa: quei morti non sono mai stati rispettati.
Streghe, colpa e cancellazione
Edimburgo è sempre stata una città fortemente esoterica, e la sua storia si è intrecciata saldamente alla stregoneria e all’occulto.
Tra il 1500 e il 1600 ci fu una feroce persecuzione delle streghe: impiccagioni e roghi avvenivano pubblicamente, soprattutto al Grassmarket.
A memoria delle tante vittime è stata eretta nel 1894 una fontana commemorativa, la Witches’ Well. Si trova in cima al Royal Mile, sulla spianata del castello, e rappresenta due volti, uno brutale e crudele, l’altro calmo e benevolo, per identificare la natura duale della stregoneria, come mezzo per fare tanto del male quanto del bene. Al centro è rappresentato un serpente, simbolo sia di saggezza che di malvagità.
Trovarsi ai margini di quel piazzale, accanto alla fontana, dà un senso di vertigine.
Solo il pensiero di stare in piedi nello stesso luogo in cui così tante persone furono brutalmente uccise stringe lo stomaco.

All’epoca bastava poco per essere accusati di stregoneria: capelli rossi, nei in punti insoliti, occhi verdi erano considerati segni incriminanti. Ma anche soltanto essere poveri, eccentrici o vivere ai margini.
Diversi erano i metodi per verificare se l’accusato o l’accusata era veramente una strega, ad esempio la tristemente celebre prova dell’acqua: il malcapitato – più frequentemente donne – veniva gettato mani e piedi legati in un corso d’acqua o un lago. Se galleggiava, significava che era una strega e veniva pertanto giustiziato. Andare a fondo era invece considerato prova di innocenza, ma consegnava comunque l’accusato a una fredda morte per annegamento.
Si trattava, a conti fatti, di una prova che non prevedeva salvezza.
La storia narra però di una strega rea confessa: si trattava di Thomas Weir, il comandante della guardia cittadina di Edimburgo. La comunità lo conosceva come un uomo rispettabile e profondamente religioso.
Tuttavia, la notte di Natale del 1670, salì sul pulpito in chiesa e confessò dinanzi alla città riunita di essersi dedicato, insieme a sua sorella, a pratiche di stregoneria, incesto e atti demoniaci.
Entrambi furono giustiziati. La casa di Weir, nella quale si diceva che l’uomo avesse consumato tutte le sue nefandezze, rimase vuota, senza che nessuno volesse comprarla. Finché, anni dopo, non si fece avanti un uomo di scienza che non credeva a tutte quelle storie.
La gente di Edimburgo con cui ho parlato mi ha raccontato che costui rimase in quella casa solo due notti, dopodiché, letteralmente, fuggì.
Fu allora che la città decise che non c’era modo per epurare i luoghi contaminati dalle pratiche di Weir, e l’unica soluzione era distruggere la sua casa e il circondario.
L’edificio venne demolito durante la purificazione urbana dell’Ottocento, e su quelle rovine fu costruita Victoria Street. La strada più colorata, turistica e fotografata di Edimburgo.
Eppure con una funzione precisa: cancellare per sempre ciò che era considerato corrotto.
C’è molto ancora da raccontare su questa città. Ulteriori approfondimenti sul lato oscuro di Edimburgo sono raccolti nella parte 2.
Le foto, le impressioni e il vissuto che hai trovato in questo articolo sono miei.
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