Il fuoco che chiude il ciclo: fantocci, falò e riti di passaggio tra Italia ed Europa
Ieri ho avuto l’occasione di intervenire al convegno di presentazione di U Ddirroccu 2026, a San Pietro in Guarano, per raccontare le origini di questo rito e collocarlo dentro un discorso più ampio: quello dei fantocci che, in tante tradizioni popolari italiane ed europee, vengono dati alle fiamme per segnare la fine di un ciclo naturale e l’inizio di quello successivo. È stata un’occasione preziosa per mettere in fila alcune figure che raramente si incontrano nello stesso discorso, come la Befana, la Giubiana, la Poiana, Marzanna, e per capire cosa hanno davvero in comune, oltre al fuoco. Ne raccolgo qui una versione scritta, per chi non c’era e per chi vuole approfondire.
Un gesto apotropaico legato alla terra
In molte tradizioni popolari italiane ed europee, la fine di un ciclo naturale — l’inverno che muore, il raccolto che si conclude — viene segnata da un gesto identico: un fantoccio viene costruito, portato per le vie del paese, e infine dato alle fiamme. Non è un semplice intrattenimento popolare: è un rito apotropaico, cioè un gesto che ha lo scopo di allontanare il male e la sfortuna, e insieme propiziatorio, perché prepara la comunità al ciclo nuovo che sta per cominciare.
Il fuoco, in questi riti, ha una doppia funzione. Da un lato purifica: brucia simbolicamente ciò che si è accumulato di negativo nell’anno o nella stagione appena trascorsa, come le difficoltà, le malattie, il freddo, la fatica del lavoro nei campi. Dall’altro propizia: apre la strada al nuovo ciclo, che sia la primavera che torna o il terreno pronto per una nuova semina.
È un meccanismo osservato in tutta Europa dagli studiosi di folklore comparato, e che affonda in pratiche agricole antichissime: il contadino che, a fine lavori, appicca il fuoco ai campi per ripulirli e prepararli al raccolto successivo.
C’è un dato che accomuna quasi tutte le tradizioni che seguono questa logica, ed è la ragione per cui vale la pena raccontarle insieme: la figura che viene bruciata per impersonare il ciclo che muore è, quasi sempre, femminile. Una vecchia, una strega, una figura materna legata all’inverno o all’annata trascorsa.
Ma c’è un’eccezione.

La Befana e il “brusa la vecia”
In Veneto, la notte tra il 5 e il 6 gennaio, si accende un falò e vi si getta un fantoccio di paglia a forma di vecchia: è il rito noto come “brusa la vecia”. La Befana, in questa versione, non è la figura gentile che porta doni ai bambini che tutti conosciamo, ma una sua versione più antica. È la personificazione dell’anno appena concluso, una vecchia vestita di stracci, bruciata per liberarsi simbolicamente delle difficoltà e delle negatività trascorse. Tradizionalmente si osservava con attenzione anche la direzione del fumo e delle faville sprigionate dal falò, perché si credeva contenessero un presagio sull’annata agricola a venire.
La Giubiana
In Lombardia e in Piemonte, esiste una figura analoga con il nome di Giubiana (o Giobbia, Gioeubia a seconda delle zone), bruciata l’ultimo giovedì di gennaio. Anche qui il fantoccio rappresenta una vecchia strega, descritta nella leggenda popolare come una donna magra, con le gambe lunghissime, capace di vivere nei boschi spostandosi di albero in albero senza mai toccare terra. Il nome sembra derivare, secondo alcune ricostruzioni, dal culto romano di Giove (“joviana“): un’origine che testimonia quanto antiche siano le radici di questi riti. Anche qui, il rogo della Giubiana chiude simbolicamente l’inverno più rigido e apre la strada ai mesi che portano verso la primavera.
La Poiana
Nell’Appennino emiliano, in particolare nella zona di Parma, la stessa figura ha un’ulteriore variante locale: la Poiana, presentata nella tradizione come la moglie del Carnevale, bruciata insieme a lui durante i falò di fine Carnevale. Anche la Poiana, come la vecchia veneta e la Giubiana lombarda, impersona l’inverno morente: il rogo segna il passaggio dal freddo alla primavera, e la comunità osservava il colore della cenere per trarne auspici sull’annata a venire.
Marzanna e Morana

Uscendo dai confini italiani, nell’area slava la stessa funzione è affidata a Morana (chiamata anche Marzanna), dea legata alla morte, all’inverno e al gelo. Il suo fantoccio, costruito in paglia, viene bruciato oppure annegato in un fiume il 21 marzo, giorno dell’equinozio di primavera. Sia l’annegamento simbolico che il rogo servono a “disfarsi” dell’inverno e a propiziare la fertilità della terra per la stagione che comincia. Qui la figura di sfondo è più strutturata rispetto alle vecchie italiane: non si tratta di una semplice personificazione popolare, ma una presenza che le fonti medievali cristiane già registravano come culto pagano da sradicare. Segno, in quanto tale, di una tradizione dalle radici più profonde e meglio documentate.
La specificità del Ddirroccu di San Pietro in Guarano
Befana, Giubiana, Poiana, Morana: quattro nomi, quattro aree geografiche diverse, ma la stessa struttura di fondo: una figura femminile che impersona il ciclo che muore, bruciata per purificare e propiziare quello nuovo.
È dentro questa cornice che il Ddirroccu di San Pietro in Guarano, il piccolo paese della Presila cosentina, acquista il suo significato più interessante. Infatti il Ddirroccu, fantoccio portato in processione per le strade del paese e poi dato alle fiamme, segue esattamente la stessa logica. Esso infatti chiude un ciclo, quello del raccolto, che in alta collina si concludeva solo a metà luglio e arrivava a esaurirsi per la festa di San Rocco, il 16 agosto. Qui però quella bruciata è una figura maschile.
Sul perché di questa differenza si possono fare solo congetture. Tuttavia, a ben guardare il folklore del paese, sembrerebbe che la figura che altrove raccoglie tutti gli elementi – oscurità e paura, chiusura del ciclo vecchio e apertura verso il nuovo -, a San Pietro in Guarano si sia sdoppiata.
Infatti, nel folklore sanpietrese, accanto al Ddirroccu, sopravvive un’altra figura, femminile: la Pantasima, un’ombra temuta dai bambini del paese fino a tempi recenti.
Ipotesi questa che sarebbe rafforzata dalla pratica che si tiene di tanto in tanto in paese di bruciare, il 16 agosto, non soltanto i fantocci dei ddirrocchi, ma anche un fantoccio altissimo e vestito di nero che rappresenterebbe la Pantasima. Il significato è lo stesso: la distruzione del fantoccio della Pantasima, così come degli altri, rappresenta l’annientamento del maligno, che raccoglie su di sé le negatività della comunità.
Un rito, tante voci
Raccontare insieme queste tradizioni serve a dimostrare quanto sia diffusa, in Europa, una stessa esigenza umana: dare un corpo al tempo che finisce, e distruggerlo per poterne accogliere uno nuovo. Un contadino veneto, uno slavo e uno della Presila cosentina, distanti nei secoli e nei chilometri, hanno affidato allo stesso simbolo — un fantoccio dato alle fiamme — la stessa domanda di rinnovamento.
Ogni comunità ha sviluppato questa tradizione con le sue specificità. Ma sotto queste variazioni resta un unico bisogno, forse ancora oggi attuale: lasciarsi alle spalle ciò che pesa, per accogliere ciò che viene.
È proprio in tempi come questi, in cui sembra più facile trovare ciò che ci separa, che vale la pena soffermarsi su ciò che invece ci accomuna. Riconoscere questi fili comuni è un piccolo ma non trascurabile modo per sentirsi più vicini gli uni agli altri.
Letture consigliate
- Aldo Mazza, con il contributo di Luigi Intrieri, Franco Sicilia, Dario Marsico, Un paese per sempre. San Pietro in Guarano: viaggio storico-narrativo-fotografico tra volti senza tempo e luoghi del cuore, 2024
- Franco Raffaele Clausi, Santu Pietru e i Santipetrjsi de ‘na vota… a lu specchju, 2022
